Home        Chi siamo        Att. dell´Associa.        Studi e contributi        Iscrizione        Rassegna Stampa        Contatti 
 Chi siamo
Chi siamo >> Il sogno di Francesco Bartoli

 

L’area Mantovana: primo approccio ad un’ipotesi di attivazione (1).
Francesco Bartoli

 

Il MAC, Museo d’Arte Contemporanea

La storia artistica di Mantova nel Novecento non si discosta di molto da quella di altre province minori del Settentrione. Non è perciò il caso di presentare fatti o personalità che, pur mantenendo un’indubbia rilevanza nell’ambito della cultura locale, non offrono probabilmente ragioni di forte interesse per l’osservatore esterno. E tuttavia sarà lecito citare rapidamente alcune esperienze notevoli, perfino uniche nelle vicende italiane: l’episodio futurdadaista delle riviste “Procellaria” e “Bleu” attorno al ‘20, il chiarismo (Semeghini, Del Bon, Facciotto) e il dibattito suscitato, nel contesto della poetica neorealista, dai primi Premi Suzzara.
Si aggiungano, a titolo di frettoloso inventariamento, i nomi di Sandro Bini, Nodari-Pesenti, Gorni e Ligabue, troppo rigidamente calati, questi ultimi due, nella mitologia strapaesana degli ingenui.
Ma, quale che sia il giudizio che se ne è dato in sede critica, resta il fatto che si è trattato quasi sempre di esperienze isolate, al di fuori della cultura ufficiale e svolte in perdita nei confronti dello spettatore medio. Unica eccezione il Suzzara sul quale tuttavia pesa, con una sua ambigua tensione ideologica, il processo di invecchiamento che nelle ultime edizioni gli ordinatori della mostra hanno cercato faticosamente di arrestare.
Varie e di differente qualità appaiono le rassegne ordinate in città e in provincia da chi sentiva con urgenza il problema di riallacciare i rapporti con i momenti avanzati della sperimentazione artistica italiana; nate da esigenze particolari di gruppi di artisti e di intellettuali o insufficientemente sostenute dalle amministrazioni locali, queste mostre hanno prodotto degli spezzoni irrelati di documentazione con scarsissimi effetti di animazione sul pubblico. Eppure si è trattato in qualche caso di iniziative dotate di una loro interna coerenza, in grado di rivitalizzare il clima di stagnazione in cui si inserivano se avessero potuto godere di una strumentazione didattica adeguata e di appoggi più consistenti e continuativi. Ricordiamo le più significative: il Premio Mantova (1949), la Rassegna delle arti figurative mantovane dall’800 a oggi (1961), Arte 65 (1965), il Ricupero del Fantastico  (Viadana, 1967), Pittura 70 (1970). Qualcosa di nuovo sembra essersi tuttavia prodotto attorno al ‘70, dopo la fondazione dell’Ente Manifestazioni Mantovane che vede uniti insieme degli organismi di varia natura (Comune, Provincia, Camera di Commercio, Gazzetta di Mantova, E.P.T.), con una presidenza di nomina elettiva e un consiglio di amministrazione aperto alla rappresentanza di nuovi iscritti. La formula del consorzio, di per sé innovativa nelle abitudini locali, non ha però stimolato una autentica partecipazione di base nella fase della progettazione delle attività, né potrà essere diversamente finché tutte le decisioni rimarranno circoscritte nel coacervo delle presenze burocratiche, dominanti a termini di statuto, dei soci fondatori. E tuttavia, nonostante gli evidenti limiti istitutivi, alcuni problemi sono stati posti in modo nuovo e talora risolti: si sono avviati rapporti di scambio col mondo della scuola per quanto concerne il teatro e gli incontri musicali, sono stati restaurati e aperti la Loggia di Giulio Romano e il Teatro del Bibiena (che ospita da tempo cicli organici di spettacolo), si è svolta una apprezzabile attività di scambio con l’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Parma (“Nero a strisce”, la mostra del giocattolo), la Sala Comunale di Cultura di Modena, la Galleria d’Arte Moderna di Ferrara (retrospettiva di R. Birolli, 1970), ecc. L’Ente si è anche occupato di arte contemporanea ed ha allestito una serie di mostre in proprio (D. Semeghini, A. Seguri, V. Guidi), ma nel complesso il suo intervento in questo campo è risultato sprovvisto di una linea coerente di programmazione: se infatti può vantare al suo attivo alcuni risultati qualificanti, la lunga serie delle mostre di ispirazione occasionale ha finito con l’assecondare il clima di disinformazione del pubblico e col confonderne gli orientamenti.
Considerazioni particolari non può che suscitare poi il lavoro della Sovirntendenza alle Gallerie che, se da un lato ha prodotto efficacemente il suo compito di conservazione dei beni artistici tradizionali e si è segnalata nella realizzazione di due ricerche di vasto respiro sulla pittura del Quattrocento (mostre del Mantegna 1961 e del Pisanello 1972), per un altro verso ha ostinatamente continuato a vivere come un corpo separato dalla collettività. La stessa scadenza decennale delle manifestazioni e l’assenza di valide iniziative didattiche all’interno delle gallerie non fanno che evidenziare una concezione aristocratica del ruolo del museo, dei beni culturali, delle collezioni.
Ora, un discorso che venga a toccare il tema del ‘fare cultura’ a Mantova non può in alcun modo dimenticare i problemi socioeconomici e politici dell’intero territorio. Come trascurare infatti l’esodo costante delle migliori forze intellettuali e produttive da molta parte della zona periferica, la speculazione edilizia nel centro storico, la staticità economica del capoluogo, gli squilibri demografici da zona a zona, l’impoverimento del patrimonio popolare? A simili questioni vengono finalmente incontro, proprio in questi mesi, alcune indagini promosse dal Comune e dall’Amministrazione Provinciale, anche in rapporto alle prospettive aperte dalla regione con la legge del 4 settembre 1973 in materia di biblioteche e con l’istituzione di un corso per animatori culturali. Nei documenti dell’assessorato all’urbanistica e nella relazione dell’architetto milanese Silvano Tintori che è stato incaricato di elaborare la revisione del piano intercomunale di sviluppo  (Mantova e 16 comuni del circondario), si coglie, espressa con chiarezza, la volontà di rompere l’isolamento della città dalla provincia, laddove si sostiene che “Mantova per assumere il luogo di capoluogo dovrà divenire un centro di scambi interprovinciali nel quadro di quella funzione di cerniera interregionale che è una delle vocazioni più interessanti della città”. Mentre non possiamo sottacere l’incongruenza di un piano regolatore che viene ad essere pensato in assenza di un piano territoriale generale, rileviamo come positivi i criteri programmatici del nuovo piano: a) visione comprensoriale dei problemi della città; b)  riqualificazione abitativa del centro storico come “standard urbanistico polivalente” (analogamente a quanto si sta facendo per Bologna); b) rivitalizzazione dei quartieri e razionalizzazione dei servizi, con particolare riferimento a quelli dell’istruzione, nelle varie zone del comprensorio; c) salvaguardia ambientale dei laghi. Se i risultati delle ricerche preliminari dell’équipe diretta di Silvano Tintori saranno disponibili nella prossima primavera e se con essi verranno a compimento anche i primi cinque piani particolareggiati (zona ex Ghetto, S. Leonardo, Formigosa, Castelletto Borgo, Lunetta, Frassino, Borgochiesanuova), potrà in concreto avviarsi la fase selettiva e programmatoria che ci si aspetta.
Va poi considerata la bozza provinciale di zonizzazione che ipotizza l’articolazione in cinque grandi aree di attivazione dell’intera provincia. Essa conclude una serie di indagini compiute negli anni sessanta, ma richiede ancora un lungo lavoro di verifica diretta con i comuni del territorio, che a tutt’oggi appare ancora allo stato embrionale.
Se dunque il momento attuale è caratterizzato dalla ricerca dei criteri generali su cui dovrà informarsi in futuro la gestione urbanistica, anche un’ipotesi che riguardi il tema della fondazione culturale e dell’attivazione del centro e della periferia, non potrà che configurarsi in termini di apertura e di duttilità estrema in modo da assorbire, nella prospettiva più che decennale del piano regolatore (1973-1990), le correzioni suggerite dalla realtà socioeconomica in movimento e le eventuali esigenze di un insediamento universitario (che è nelle prospettive dell’odierna giunta di centro-sinistra). All’ideazione comprensoriale del piano dovrà corrispondere un sistema coordinato di istituti pubblici decentrati e specializzati nelle loro funzioni, quando siano assolti i bisogni di base. Fatto salvo il principio della autonomia deliberativa in materia di biblioteche e di musei dei singoli centri interzonali della provincia in rapporto alle speciali vocazioni culturali e alle necessità delle popolazioni, risulta per altro necessario il momento del coordinamento.
Da parte nostra ci limiteremo a descrivere una linea di pratica culturale e, per quanto concerne il progetto di intervento di MAC nel campo specifico dell’arte contemporanea, ad ipotizzare la creazione di una struttura nuova per la Galleria d’Arte Moderna da realizzarsi nel capoluogo.
Diciamo anzitutto che l’attribuzione delle competenze, la pianificazione e lo scambio dei programmi dovranno essere assicurati non solo attraverso l’ovvio lavoro di incontro degli istituti pubblici operanti nel campo delle arti visive, dello spettacolo e della cultura in genere (E.M.M., Fondazione d’Arco, Biblioteca Civica Centrale, Soprintendenza, Galleria del Premio Suzzara, Museo Civico di Viadana, ecc.), ma anche e primariamente mediante la consultazione degli esponenti della cultura locale, dei delegati di quartiere, delle forze sindacali e del mondo della scuola, le cui proposte in sede di politica culturale dovranno costituire il materiale privilegiato di studio per gli organismi esecutivi. L’assemblea dovrebbe anche elaborare gli strumenti necessari di controllo e specifiche forme di partecipazione all’interno delle differenti manifestazioni: una di esse potrebbe essere la nomina per quanto concerne l’Arte contemporanea dei responsabili di settore (conservazione, mostre temporanee, didattica) nella Galleria Civica; un’altra presenza di équipes operative di ricerca (artisti, personalità dell’istruzione superiore e universitaria) nelle strutture dell’istituto.
Il Museo d’Arte Contemporanea, a tutt’oggi privo di una sede definitiva, potrebbe essere ospitato negli ambienti del Palazzo Valenti (in via Frattini, sulla direttrice viaria Est-Ovest della città), per quanto concerne l’esposizione permanente delle opere dell’Ottocento e del Novecento che ora si trovano in deposito in luoghi diversi. Esso dovrebbe presentare in modo esaurienteil panorama artistico dei due secoli e documentare in modo particolare i fatti e le personalità maggiori, ossia i due Pesenti, Gorni, il chiarismo. Uno speciale rilievo dovrebbe avere il discorso figurativo svoltosi intorno a “Procellaria” e a “Bleu”, a cominciare dai contatti di Nodari Pesenti con Boccioni per arrivare a chiarire i rapporti di Fiozzi e Cantarelli con Tzara, Savinio (a Ferrara) e Prampolini (a Modena) (si cfr. a tale proposito gli studi di D. Palazzoli e E. Crispolti).
Il Museo dovrebbe essere sviluppato secondo una triplice articolazione:
1) Settore conservativo-documentario (in riferimento a quanto si è detto sopra);
2) Scuola laboratorio a vari livelli: a) corsi di formazione periodici per gli operatori visuali e gli animatori, con un arco organico di insegnamenti (teoria della comunicazione visiva, storia dell’arte moderna e contemporanea, storia dell’architettura, storia del cinema, storia del teatro, tradizioni popolari, metodologia del rilevamento, audiovisivi, ecc.); b) attività didattiche aperte alla comunità  (quartieri, scuole, ecc.): proiezioni, lavori di gruppo, dibattiti, ecc.; c) attività visive a carattere sperimentale: esecuzione di progetti di intervento proposti da artisti, gruppi di ricerca;
3) Esposizioni temporanee: anche qui occorre evitare che tutto il lavoro si concentri in poche mostre di prestigio e punti invece sulla continuità della documentazione nell’area della ricerca contemporanea. Dovrà essere organizzato in modo da ospitare le rassegne-scambio con altre gallerie, da informare il pubblico sulle recenti tendenze e da offrire il materiale documentario circa gli aspetti della cultura visiva locale intesa nel senso moderno del termine: il campo urbano, il paesaggio naturale, gli oggetti d’uso, ecc.
Questa strutturazione complessa richiede che il Museo assuma una decentralizzazione materiale nell’area della città, la più utile perché la sua presenza attivante sia funzionale per i suoi compiti di attivazione. Abbiamo già accennato all’asse viario Est-Ovest  (via Frattini, via Venti Settembre, Corso della Libertà, via Arrivabene). Mantenendo ferma la sede di Palazzo Valenti per il punto
1), gli altri due momenti potrebbero trovare esplicazione nel Palazzo Arrivabene (al quale si è già pensato da parte dell’autorità comunale per l’ubicazione della Sala Civica) e negli edifici prospicienti nella stessa via Frattini, dopo una adeguata opera di restauro e di adattamento: ossia il Chiostro di S. Lucia e il grande complesso austro-ungarico dell’ex-caserma Pastrengo, che con i suoi larghi spazi aperti a giardini potrebbe inserirsi efficacemente nel tessuto vivo della comunicazione cittadina.
Una direttrice orizzontale di intervento di questo tipo, di per sé nobilissima e plurirelata (collega il centro con i quartieri periferici posti sulla forbice Corso Garibaldi - Piazza Virgiliana), non esclude d’altra parte l’utilizzazione per le manifestazioni di largo respiro, di altri edifici di proprietà comunale o provinciale, come s’è già fatto opportunamente nel passato: l’ala ovest restaurata del Palazzo Te, il Palazzo della Ragione, la Casa del Mantegna, per i quali ultimi si è già delineata, in certo modo spontaneo, una buona destinazione funzionale: attività dei congressi, esposizioni, centro di incontri e documentazione, rispettivamente. In tale contesto potrebbe inserirsi la proposta recentemente avanzata per la costituzione di un Centro Studi delle tradizioni popolari che dovrebbe avere una segreteria di coordinamento nel capoluogo (Casa del Mantegna) e stazioni di ricerca, con loro proprie racccolte specializzate, nei maggiori centri provinciali in ordine alle differenti e talora lontane configurazioni culturali delle varie zone (lombarda, veneta, emiliana).
Estremamente più complesso è invece il problema del collegamento fra il capoluogo e gli altri quattro centri interzonali della Provincia, indicati nell’ipotesi cui si è fatto cenno: Castiglione delle Stiviere (con Asola), Viadana (con Sabbioneta), Suzzara e Ostiglia (con Sermide). Qualcuno di essi sta varando al presente un programma di unificazione consorziale dei servizi culturali,  con un piano unitario di spese. Da una parte Viadana sembra orientata ad accogliere i modelli procedurali dell’area emiliana e cremonese, dall’altro Suzzara va ricercando una sua prospettiva autonoma di sviluppo affidandosi anche al parere di esperti legati agli ultimi premi Suzzara (si veda la recente mostra di Guttuso).
Ma i dati complessivi sono ancora troppo scarsi per procedere su un simile terreno ad un’ipotesi attendibile. Inconcepibili appaiono
allora le richieste espresse dai partecipanti al corso per bibliotecari e animatori: procedere nei tempi più brevi possibili al lavoro di censimento e di interpretazione della geografia socio-economica e culturale della provincia, specificamente sui seguenti argomenti: a) composizione sociale della popolazione; b) istituzioni esistenti nella provincia e loro ruolo nel settore dell’attività culturale; c) orientamento dei consumi culturali nel campo delle arti e dei mass-media; d) movimenti associativi spontanei;
e) diffusione del libro.


1. Riflessione sulla situazione socioculturale mantovana al tempo della revisione urbanistica del comprensorio mantovano affidata al prof. arch. Silvano Tintori (1974-1975). Il MAC, Museo d’Arte Contemporanea, è pensato come un sistema diffuso che coinvolge tutta la città.

 

 


File Allegati
 MAC-Franceso Bartoli
 
     Home | News | Photogallery
 Mac Francesco Bartoli - Via San Longino 1/b, 46100 Mantova - c.f. 93057370202 - Privacy - Note legali
Powered by Logos Engineering - Lexun ®
30/04/2017